Il Santo Mandylion rientra perfettamente in quella categoria di icone che vengono definite “acheropite” cioè non dipinte da mano d’uomo.
Dal  punto di vista della fede, esse sono delle vere e proprie reliquie alle quali viene data venerazione e solennità; dal punto di vista tecnico-scientifico molte rappresentano dei veri rompicapi. Basti pensare ad esempio all’immagine della Madonna di Guadalupe, o il Volto Santo di Manoppello, la famosa Sindone e tantissime altre.

Nel caso specifico del Mandylion leggenda narra che il re di Edessa, Abgar, malato di lebbra e gotta, sentendo parlare dei miracoli che l’uomo Gesù compiva tra le folle, gli inviò una lettera per mano del suo emissario Anania (abile ritrattista) nella quale gli chiedeva di visitarlo per guarirlo, offrendogli in cambio sicuro rifugio dalle cattive intenzioni dei giudei. Abgar, inoltre, incaricò il suo segretario di ritrarne il volto.
Quando il Signore ricevette Anania, vedendo la buona fede del suo padrone, gli concesse la guarigione parziale dai suoi mali e quella totale dopo la sua  morte con la visita di uno dei suoi discepoli. Tuttavia, i tentativi dell’artista risultavano inutili, poiché ogni volta il volto di Cristo diventava così luminoso da impedirne la raffigurazione.

Gesù prese allora un lembo dl suo mantello e avvicinandolo al volto se ne impresse la sagoma. Quando questa fu consegnata al re Abgar, questi fu liberato dai suoi mali fisici tranne la lebbra sul volto che poté guarire solo dopo l’ascensione di Nostro Signore e col battesimo di Lui e di tutta la sua famiglia per mano dell’apostolo Taddeo.
Le icone qui presenti ritraggono il Santo Keramion di Novgorod. Essa non raffigurano il Mandylion, immagine che si narra sia stata impressa sulla tegola a causa della proiezione della luce di una candela, posta di fronte al sacro telo quando si tentò di proteggerla dalla distruzione ad un assedio della città di Edessa intorno al 500 dC.  Come questa, si possono tenere presente altre due immagini: il santo volto di Laon, il volto santo di Jaroslav .

 

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