“Gli disse Filippo: «Signore, mostraci il Padre e ci basta». Gli rispose Gesù: «Da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto, Filippo? Chi ha visto me ha visto il Padre”. (Gv 14, 8)

Gesù è la prima icona, da lui possono essere rappresentate tutte le icone della madre e dei santi poiché lo Spirito Santo plasma e santifica procedendo dall’icona fondamentale che è il Cristo stesso. Non c’è bisogno di richiamare la leggenda del re siro Abgar  per intuire che essa non può essere classificata come una semplice immagine di tipo religiosa, e questo vale soprattutto nella cultura cristiana orientale. L’icona mostra all’occhio ciò che la scrittura sacra figura alla mente ed entrambe comunicano allo spirito; ciò è anche il motivo per il quale si afferma che l’iconografo non dipinge ma “scrive” una icona. Scrutarla e pregare dinanzi ad essa è come aprire l’occhio sull’infinito. Più si guarda l’icona più diventa vivido il ricordo di Colui che è rappresentato e dal canto suo essa ispira all’imitazione di ciò che è santo e puro.

“Se noi facessimo un’immagine del Dio invisibile, noi saremo certamente in errore (…) Ma non facciamo nulla di ciò; noi infatti non sbagliamo, se facciamo l’immagine del Dio incarnato, apparso sulla terra nella carne, che, nella sua bontà ineffabile, è vissuto con gli uomini ed ha assunto la natura, lo spessore, la forma ed il colore della carne (…). Un tempo Dio, non avendo corpo né forma, non si poteva rappresentare in alcun modo. Ma poiché ora è apparso nella carne ed è vissuto fra gli uomini, posso rappresentare ciò che di lui è visibile. Non venero la materia, ma il creatore della materia”…

Attraverso questa teologia, ben espressa dal monaco san Giovanni Damasceno è chiaro come viene a ricadere il comando dell’Antico Testamento riguardo la proibizione del culto di un’immagine… poiché con l’incarnazione del Cristo, la relazione tra Dio e il creato è ristabilita noi possiamo dare omaggio a ciò che di Dio conosciamo e cioè il suo figlio incarnato. L’icona qui mostrata è quella del Pantocratore, dal greco pantokrátōr che significa onnipotente, colui che può tutto.

Questa icona nasce per dare la possibilità al fedele di pregare concentrando l’attenzione sul volto del figlio di Dio e sul suo gesto di benedizione. È una icona che è stata sviluppata in numerose varianti molte delle quali la presentano con il libro chiuso; questo dettaglio sta a significare la prossimità della fine dei tempi quando ogni segreto verrà svelato e il signore giudicherà il mondo; per ora il fedele può solo approssimarsi alla Porta (Cristo stesso) e intuire mediante la preghiera la sua Parola/volontà, il vangelo.

Gesù si presenta come un giovane uomo, regale nel suo portamento, dallo sguardo mite ma profondo; ogni dettaglio in questa icona invita al silenzio e al raccoglimento.

Il Pantocratore, re dell’universo ma senza corona, né scettro è vestito secondo il canone: la tunica (kiton) è rosso porpora, colore regale (era indossato dagli imperatori bizantini) ma che richiama il sangue e quindi il sacrificio di Cristo nella sua passione. L’assist applicata al clavo (riflessi dorati) sono il segno della luce di Dio mentre il manto (himation) ha il colore blu, il colore della trascendenza e del mistero di Dio che opera sull’umanità. La fascia dorata che scende dalla spalla destra è il clavo, ci dice che Cristo è il Messia, l’unto inviato dal Padre (nella società bizantina il clavo era indossata dall’inviato dell’imperatore). Con la mano destra ci benedice e in questo segno tre dita sono unite a simboleggiare la trinità.

Le iscrizioni riportano la scritta IC e XC , dove le prima rappresentano la prima e l’ultima lettera in greco della parola Jesus e le seconde sono la prima e l’ultima lettera  greca della parola Cristo (il simbolo che sovrasta entrambe le diciture indica che esse non sono state scritte per intero). Il nimbo dorato con la croce inscritta all’interno, tipica delle raffigurazioni dei primi secoli della Chiesa e mantenuta tale nella tradizione orientale, confermano la divinità di Gesù: sono le tre lettere O, W, N (o anche “O, Ω, N”) e simboleggiano il nome di Dio “Colui che è”.

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