Tu, nello stupore di tutto il creato, hai generato il tuo Creatore, Madre sempre vergine”

Oggi, primo gennaio, la chiesa festeggia “Maria madre di Dio”, ed è questa la prima festa Mariana riconosciuta dalla chiesa Cattolica Romana. Questo dogma, ovvero quello della divina maternità di Maria, è stato istituito dal concilio di Efeso del 11 ottobre del 431 a.C. e successivamente spostato al 1 gennaio da Papa Paolo V nel 1931 durante la ricorrenza del Centenario del Concilio. La riflessione sulla Divina Maternità nasce dall’esigenza del concilio di rispondere alle obiezioni eretiche di Nestorio, Vescovo e teologo siriano, patriarca di Costantinopoli dal 428 al 431 d.c. che non riconosceva in Maria questo particolare dono di grazia da parte di Dio. Al suo pensiero risponde S. Cirillo di Alessandria: “Si dirà: la Vergine è madre della divinità? Al che noi rispondiamo: il Verbo vivente, sussistente, è stato generato dalla sostanza medesima di Dio Padre, esiste da tutta l’eternità… Ma nel tempo egli si è fatto carne, perciò si può dire che è nato da donna”

Addentrandoci più in profondità quindi, nel mistero dell’incarnazione, possiamo intuire che tutto trae forma e giustificazione dalla fede in Cristo. Gesù è figlio di Dio; Maria è umana, ma essendo Madre di Cristo nella carne (poiché in Ella si è “incarnato”), tale maternità assume al contempo ed allo stesso modo natura divina, in quanto da Dio plasmata e da Maria nutrita nella fede. Sant’Agostino afferma: “di nessun valore sarebbe stata per lei la stessa divina maternità, se lei il Cristo non l’avesse portato nel cuore, con una sorte più fortunata di quando lo concepì nella carne” (De sancta Virginitate, 3,3) e i vangeli ci dicono che “Maria serbava tutte queste cose meditandole nel suo cuore” Lc 2, 19.

E allora a noi cristiani è stata data una grande maestra nel nostro cammino di fede…

Le icone Mariane hanno tutte in sé il dogma della divina maternità (Theotòkos o come in seguito definito Mētēr Theou) e su queste sono state sviluppate tutte le forme iconografiche, a partire da quella ritenuta principe, ovvero la Madonna di San Luca della quale fu Teodoro il Lettore nel 518 circa ad affermare che sia stata scritta dall’evangelista in persona (considerata sacra reliquia fu donata dall’imperatrice Eudoxia all’imperatrice regnante di Pulcheria a Costantinopoli). Ci sono poi quelle della Vergine in Trono, della Platytera (Colei che è più vasta del cielo), Aeiparthenòs (sempre vergine), Parnagia (tutta santa). Tutti questi tipi hanno in sé aspetti comuni che le caratterizzano come la frontalità, la ieraticità, l’uso dell’oro o la sapiente costruzione spaziale che laddove la vede ritratta insieme con il bambino diviene figura capace di esaltare rimandando al Divino infante.

Nella sua veste iconografica invece, si fa riferimento al cerimoniale di corte bizantino, dove la regalità mariana è quella dell’imperatrice, per cui veste il manto regale (maphorion), la cuffia a raccogliere i capelli e le scarpe rosse che solo sua maestà poteva indossare; e ancora, dove viene ritratta a figura intera, i suoi piedi poggiano spesso su uno sgabello ornato di pietre e gemme preziose, tipico delle Balisse nei grandi ricevimenti ufficiali. Alle icone della Madre di Dio viene inoltre sempre giustapposta la sigla ai lati del capo della vergine: MP QY, ovvero le parole greche MHTHP QEOY (Madre di Dio) e alla sua iconografia appartengono le tre stelle scritte sul suo manto (spesso una stella è celata dalla presenza del Bambin Gesù) che indicano il dogma materno della triplice verginità di Maria, prima, durante e dopo il parto.

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